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"I nostri giochi sono finiti. E questi attori, come vi avevo detto, erano solo fantasmi e si sono dissolti nell’aria, in aria sottile. E come l’edificio senza basi di questa visione, anche gli alti torrioni incoronati di nuvole e i sontuosi palazzi e i templi solenni e questo stesso globo immenso con le inerenti sostanze dovranno dissolversi. E come l’irreale spettacolo appena svanito, svanirà senza lasciar fumo di sé. Noi siamo della stessa sostanza di cui sono fatti isogni e la nostra piccola vita è cinta di sonno."
William Shakespeare, La Tempesta
CLOWNSTORM
CLOWNSTORM rappresenta l’evoluzione del lavoro sulle tecniche di clown della compagnia teatrale Brucaliffo.
CLOWNSTORM è anche una celebrazione della figura poetica del clown come ultimo sopravvissuto di un mondo di sognatori che un’umanità distratta ha lasciato morire nell’indifferenza. È il grido dell’amore, della follia, del riso drammatico che vuole salvare l’innocenza dalla forza dell’oblio e dalla cecità della ragione.
Ispirato agli scritti poetici di Bertold Brecht, lo spettacolo incastra il gioco dei personaggi attraverso una successione di gag tradizionali che coinvolgono il pubblico in un viaggio surreale.
Lo spettacolo racconta la guerra nella sua natura più profonda di male subdolo e sfuggente; di germe autodistruttivo dell’uomo; di negativo su cui s’infrangono i più nobili ideali di pace.
In scena, il racconto si snoda attraverso le poesie di Bertold Brecht che il clown Bianco rappresenta nei diversi personaggi del suo caleidoscopico mondo. Il Bianco è lospecchio dell’ambiguità dell’essere umano, l’inscindibilità tra i suoi elementi contraddittori, la necessità di accettare il passato con il suo triste carico di errori (che l’uomo compie per istinto di sopravvivenza) e la proiezione verso il futuro con spirito costruttivo e positivo.
Il tempo di oggi ripropone il dilemma della scelta tra il bene e il male. Come perseguire il bene? Per “essere dei giusti” occorre applicare il senso di giustizia nelle relazioni con il mondo. Non sono sufficienti le dichiarazioni di principio se non diventano gesti di quotidianità reale. Lo spettacolo fa ironia dei facili moralismie degli ideali fragili che s’infrangono nel cinismo dei rapporti di forza e di dominio a cui sembra soggiacere tristemente la nostra civiltà. Solo il clown può rappresentare così integralmente l’assurdità del potere. E’ un ruolo che svolge per vocazione storica e per statuto ontologico; nelle strade, nelle piazze delle diverse culture, nel “più grande spettacolo del mondo” che è il circo.
Lo spettacolo ambientato in un surreale campo di sterminio, mette insieme il destino degli “ultimi” di chi non ha ricevuto mai una memoria storica. Tra i personaggi troviamo gli zingari, i malati di mente, e i traditori, alcune vittime di quello che è stato definito "uno sterminio dimenticato". Questi personaggi, vivono nelle azioni dell’Augusto: una zingara, una matta, un soldato, personaggi che estremizzano gli eventi scenici, rendendoli visioni tra lo squarcio di una vita quotidiana.
Le popolazioni zingare non ebbero considerazione neppure al processo di Norimberga, nessuno fu chiamato a testimoniare, a ricordare il massacro nella notte tra il 2 e il 3 agosto 1944, quando “il campo degli zingari” di Auschwitz - Birkenau fu chiuso dopo l'ultimo sterminio di 2.807 zingari di cui quasi la metà erano bambini.
Lo sterminio i rom lo chiamano Porrajmos (divoramento, distruzione). E’ qualcosa di più di un semplice ricordo terrificante, è molto di più di un dolore costante perché non è riconosciuto.
La sua negazione rende più facile aggirare la questione odierna di tanti “porrajmos” quotidiani; della segregazione dei “campi nomadi”, della nuova ondata di razzismo di cui si nutre tanta politica che ha riabilitato la categoria dei «delinquenti antropologici».
Esattamente questo succedeva nel 1938, con le leggi razziali. Zingari e malati di mente sono accomunati dallo stesso destino. Nel 1934 Hitler introduceva le leggi per la sterilizzazione di tali pazienti: persone con diagnosi eterogenee come epilessia, schizofrenia, alcolismo, psicopatia.
Il 1° settembre 1939, con il progetto “Eutanasia”, una parte importante dei malati di mente, fu condotta a morire. Per loro, secondo la tesi dello psichiatra A. Hoche e del giurista R. Binding la vita era considerata “non degna di essere vissuta” (lebensunwert), senza valore e utilità.
Questo spettacolo è sorretto dall’idea di mostrare l’importanza di una coscienza indipendente e autonoma; di una tolleranza verso le diversità di altre persone e culture. Lo facciamo attraverso il mondo capovolto del clown, quel territorio che tanto ricorda le situazioni estreme come i campi di sterminio.
Come reagire al male fatto dagli altri?
Si può combattere, cedendo alle tentazioni di negazione e d’intolleranza e di disprezzo, o bisogna fare della propria vocazione alla pace l’unica risposta possibile?
I governi, i gruppi di potere, civili, militari e religiosi hanno spesso ceduto alla convinzione che la sopraffazione dell’altro fosse un mezzo di risoluzione dei contrasti. La storia insegna come questa sia una grande illusione: l’odio crea odio, la distruzione produce una memoria della negazione e dell’intolleranza per le generazioni future.
E allora perché si continua nello stesso errore, perché non si riesce a resistere alle psicosi dell'odio e della distruzione?
Non c’è una risposta che può cambiare l’ordine delle cose ed evidentemente neanche la memoria storia dei genocidi, delle più atroci brutalità riesce a svolgere alcuna funzione per il futuro.
Il clown è autorizzato dalla sua “follia” a un atto di condanna che gestisce facendosi sberleffo del potere. E’ una modalità che ritroviamo storicamente in molti casi.
Ad esempio nelle rappresentazioni classiche del medioevo, il giullare, nelle vesti di matto vince a carte la vita di Gesù e i soldati gli concedono la possibilità di tirarlo giù dalla croce. Cerca così di convincere Gesù a non fare sciocchezze perché “l’umanità non merita questo… è gente che si scanna, che truffa e uccide; ognuno pensa ai propri interessi, arraffa denari e potere”.
Denunciando il lato ambiguo dell’essere umano, il clown indica anche la possibilità di una vita migliore, suggerendo al pubblico un modo di “guardare il mondo”, di trovare l’umore che rende felici.
Basta ricordare la scena dell’Amleto in cui i becchini sono due clown che discutono della morte e della sua imponderabilità, della paura e del condizionamento che la morte porta con sé.
Dalla tragedia emerge il gioco di paradosso:
"Quando la guerra comincia
forse i vostri fratelli si trasformeranno
e i loro volti saranno irriconoscibili.
Ma voi dovete rimanere eguali
Andranno in guerra, non come a un massacro,
ma come un serio lavoro.
Tutto avranno dimenticato.
Ma voi nulla dovete dimenticare (…).
Vi verseranno grappa nella gola
come a tutti gli altri.
Ma voi dovete rimanere lucidi."
Bertold Brecht
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